"Golden sea: Gneo Fonteo" acrilico materico su tela 70x100cm, Ciro D'Alessio, Gaeta 2025.
Il paesaggio oggi non è più un inventario di oggetti (alberi, case, mare), ma il teatro di una relazione. Se nell'Ottocento era la traccia di Dio e nel Novecento un pretesto formale, oggi il paesaggio contemporaneo è il luogo in cui proviamo a dipingere la nostra fondamentale esposizione al mondo.
1. La Libertà dallo "Sguardo Fotocopia"
Una pittura consapevole non ha più bisogno di competere con l'obiettivo fotografico. Essere contemporanei significa rivendicare la libertà di disattendere il dettaglio. Nel tuo lavoro su Gaeta o sul "Big Bang", la pittura non descrive un luogo specifico, ma ne coglie lo "stato di vibrazione". L'opera va letta come un astratto figurativo: la macchia di colore ha un'autonomia estetica propria, che precede e supera il soggetto rappresentato.
2. Dall'Estetica all'Ontologia
Ascoltare le vibrazioni cromatiche significa prestare ascolto all'Essere. Quando lo spatolato diventa così denso e vibrante da scompaginare la forma (come nei tuoi filari della Valle d'Illasi o nelle rocce di Gaeta), non stiamo più guardando una "veduta", ma stiamo partecipando all'accadere della luce. È l'apertura heideggeriana: l'uomo che non è separato dalla natura, ma è coessenziale ad essa.
3. La Pittura come Evento, non come Rappresentazione
Il paesaggio contemporaneo diventa così un Big Bang permanente. Ogni colpo di spatola è un tentativo (provo) di fermare non ciò che vediamo, ma l'energia che ci attraversa mentre guardiamo. Non è una cartolina del "qui e ora", ma una finestra sull'universale:
Non è ricerca del divino nella natura, ma ricerca dell'umano nella sua interezza.
Non è descrizione del fuori, ma espressione del legame tra l'interno (l'interiorità del pittore) e l'esterno (il mondo).